Che rabbia che ho.
Mi sento una stupida.
Queste qua mi salutano, mi abbracciano, mi fanno domande, domande a cui saprei rispondere perfettamente. E invece niente, sto zitta, balbetto un “sì”, un “no”, un “bene grazie” e poi rimango zitta, e le vedo le loro facce deluse, i loro occhi che mi squadrano per capire qualcosa in più dai miei gesti, dai piccoli cenni con la testa, da un veloce movimento della mano.
Sono qui da quasi dieci anni. Dieci. Mica pochi. Dopo tutto questo tempo dovrei parlare benissimo l’italiano, dovrei capire le battute, cogliere i doppi sensi, le sfumature. E invece niente, mi esprimo come una bambina di tre anni, forse anche peggio perché in più sono timida e ho paura di sbagliare.
Che rabbia.
Eppure vado a scuola, ed è bellissimo. Nel mio paese non ci sono andata perché le bambine a scuola non ci vanno, devono stare nei campi o badare ai più piccoli, e poi in quei primi anni che ero qui in Italia nessuno ha pensato di farmi fare un corso di italiano. Tanto, per il lavoro che facevo, non ne avevo bisogno. Lì ci si esprime a gesti, è solo il corpo che serve, e poi la mano si tende e i soldi passano da uno all’altra, è tutto già stabilito, non servono le parole. Ma adesso mi ci mandano, le volontarie, e quando ci vediamo mi chiedono come va, cosa sto imparando, se mi piace quello che sto facendo. E io vorrei raccontare che imparo a cucire, a cucinare, a orientarmi in questa città in cui vivo da tanto tempo ma non conosco per niente, perché per anni le mie passeggiate erano dalla casa che condividevo con altre disgraziate come me alla strada, e ritorno. Ci hanno portate in giro per il centro, ho visto palazzi meravigliosi, strade illuminate, negozi elegantissimi : è una bella città, e io che ho sempre pensato che fosse l’inferno, invece.
Vorrei raccontare alle volontarie tutte queste cose, queste esperienze che vivo come se fossi appena arrivata qui, come se fosse possibile cancellare il passato attraverso la conoscenza. Ma non ci riesco, non ci riesco ancora. Le ho le parole, le ho dentro, ma le ho nella mia lingua, quella lingua spigolosa e chiassosa del paese africano da cui arrivo, e non riesco a tradurle. E vorrei fare amicizia con loro, sapere qualcosa della loro vita al di fuori del lavoro di volontarie, delle loro case, dei loro uomini, dei loro amici. Io, di me, non voglio raccontare niente, voglio solo dimenticare. Ma mi piacerebbe riuscire a parlare questa lingua così difficile, a raccontare loro quando sono contenta, spaventata, preoccupata per mio figlio o per il nostro futuro.
Mi piacerebbe condividere, ecco. Invece per adesso infilo una figuraccia dietro l’altra, balbetto tre parole maldette e mi sento così spaventosamente inadeguata. E arrabbiata. Con me stessa, con la vita che ho fatto fino a poco tempo fa, con chi mi ha tradita e ingannata, anche con le volontarie che mi aiutano senza volere niente in cambio, e io non mi sento all’altezza.
Ma noi africani siamo testardi. Tutte le mattine mi sveglio alle cinque e mezza, preparo la colazione per me e per mio figlio, ci vestiamo e poi lo porto all’asilo. E poi via, a scuola come una brava scolaretta di trent’anni. Alla sera sono distrutta dalla stanchezza, ma finisco i compiti di italiano. Ce la farò. Dovessi metterci tutto il tempo del mondo, ma ce la farò.

Sono sicura che ce la farà!