Qualche giorno fa siamo andate al Mamre, una Onlus che offre, tra le sue molte attività, quella di consulenza ai gruppi di volontariato grazie a psicologi, antropologi e mediatori culturali. Abbiamo un problema di “comunicazione” con una delle donne che seguiamo, che parla poco e male l’italiano e che arriva dalla terribile esperienza della tratta e che inoltre ha avuto, ultimamente, dei seri problemi di salute.
L’incontro è stato, per tutte noi, molto interessante e illuminante.
Una delle osservazioni che più mi ha fatto pensare è questa: le persone provenienti da paesi e culture così diverse dalla nostra fanno fatica a comprendere il concetto e le motivazioni di chi fa volontariato: non si capacitano del fatto che ciò che facciamo lo facciamo gratis, senza secondi fini, senza pretendere nulla in cambio. Queste persone sono abituate a ricevere qualcosa sempre in cambio di qualcos’altro (a volte il lavoro, altre volte dell’unica cosa che possiedono, cioè il loro corpo) e non riescono a capire perché qualcuno scelga volontariamente di dedicare tempo ed energie a loro senza un ritorno di qualche tipo.
Io la trovo una cosa tristissima
